25 Agosto 2011

Dolomiti: il vero ciclismo


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I furbi in Italia sono ovunque, dalla politica all'economia fino allo sport. Il ciclismo non fa eccezione ma fa notizia, più di altre discipline meno controllate e più ricche.

Il fatto dei tre atleti di vertice "beccati" dall'antidoping alla Maratona delle Dolomiti (meravigliosa granfondo diventata evento di sport e inno alla bellezza delle nostre montagne) ha conquistato la ribalta del Corriere della Sera.

Una delle firme del giornale, Beppe Severgnini, ha scagliato la pietra dello scandalo sui "cinquantenni in bicicletta con il vizio assurdo del doping".

 

Giusto. Il doping è sempre un furto. Barano a volte i professionisti, lo fanno purtroppo anche gli amatori (o pseudo-amatori perché spesso sono ex professionisti stipendiati dagli squadroni per avere visibilità e sponsor).

E' il vizio degli italiani, ormai diventato Dna. Già nel 1921 ne disquisiva lo scrittore Giuseppe Prezzolini nel suo Codice della vita italiana. Citiamo alcune delle annotazioni più famose:

- I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.

- Non c'è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all'agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.

- Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.

- L'Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l'Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.

 

Sono, ahinoi, annotazioni mai passate di moda. Tutte di sconcertante attualità, in un Paese in cui la normalità ha finito di essere un'eccezione per diventare un'utopia.

Nessuna meraviglia, allora, se anche nella Maratona delle Dolomiti, favolosa per gli scenari, l'organizzazione perfetta e il clima di festa, c'è chi bara e fa il furbo.

Il ciclismo, quello vero (e fesso), ha una filosofia agli antipodi: arriva in cima chi si è allenato alla fatica e alla sfida ai tornanti avendo come premio non tanto un posto in classifica quanto l'orizzonte conquistato, insieme alla gioia di un'impresa che non è alla portata di tutti.

Buon segno, dunque, se sulle Dolomiti chiuse al traffico avrebbero voluto esserci 28.000 cicloamatori e cicloturisti (tanti gli aspiranti alla corsa quest'anno, poi sorteggiati per via del tetto massimo fissato a 9.000 pettorali).

 

Ci tocca però fare alcune precisazioni e prendere una direzione diversa da quella seguita dal giornalista del Corriere.

Innanzitutto, dei tre "non negativi" che hanno fatto notizia, un'atleta è stata scagionata dai certificati medici che autorizzano l'assunzione per uso terapeutico (asma congenita) delle sostanze trovate. Anche nel secondo caso la sostanza riscontrata è soggetta ad autorizzazione terapeutica (che però non è stata presentata in sede di controlli). Nel terzo "non negativo" le anomalie dei valori che riconducono a un possibile uso di Epo richiedono ulteriori approfondimenti e non sarà semplice provare il doping.

I tre in ogni caso non sono atleti di mezza età, anche se sbalordisce che la vicenda arrivi dopo il "caso Maccanti" che sconquassò l'edizione 2010 della Maratona (Michele Maccanti, il vincitore, era risultato positivo all'Epo un mese prima della corsa e nessuno aveva avvertito gli organizzatori).

Diamo anche conto delle voci nel gruppo: a sentire i praticanti non c'è nessuno che non conosca un cicloamatore pronto a "dopare" la propria prestazione per vincere un salame, scattare in faccia all'avversario o ben figurare in squadra. Come succede - è sempre bene ricordarlo - in tutte le altre attività sportive, palestra inclusa.

 

Il punto dolente che non condiviamo nell'articolo del Corriere è quando l'arguto Severgnini, abilissimo nel tratteggiare i vizi degli Italians, in modo provocatorio salta "dalla patologia alla fisiologia" del ciclismo per mettere in croce i cinquantenni "esaltati" e "stravolti dalla fatica" che intignano a salire sulle Dolomiti.

"Hanno occhi solo per l'asfalto... come se fossero schiavi, e non signori, della propria passione e qualche preoccupazione è d'obbligo. Il ciclismo in dosi massicce mette a rischio le coronarie. I lutti, in questi mesi, si succedono, e noi veniamo a conoscenza solo dei casi e dei nomi più noti".

Non è vero, caro Severgnini: e chi va in bici, a qualsiasi età e con qualsiasi livello di preparazione, lo sa.

La bicicletta è salute, "le velo c'est santé" come ha detto tante volte anche Giovanni "Nani" Pinarello, la famosa maglia nera degli anni '50 che ad agosto ha perso il figlio più giovane, Andrea, crollato a terra per un infarto subito dopo aver tagliato il traguardo di una tappa del Giro amatoriale del Friuli. Un destino atroce e beffardo che non può diventare l'alibi per demonizzare uno sport meraviglioso come il ciclismo.

 

Certo, la bici richiede impegno e anche buon senso. Ma il cuore del ciclismo non può fare a meno della sfida in salita, del sudore che fradicia la divisa e della faccia stravolta dalla fatica. E' la felicità della conquista che passa per le profondità della sofferenza, quella dei veri scalatori. Qualcosa di unico che resta nella pelle. Qualsiasi cicloturista che ci prenda gusto e si lasci innamorare dalla bici, prima o poi punterà la montagna e andando del suo passo, sbuffando e zigzagando, salirà in cima per fare la sua impresa.

La bici è dunque perfetta per ogni età, basta trovare la giusta misura. Chi è allenato può girare il manubrio verso traguardi ad alta quota, chi comincia o va sui pedali solo nel tempo libero ha un'infinità di occasioni, dalla pista ciclabile pianeggiante fino alla bici elettrica con pedalata assistita, la soluzione più facile e comoda per fare movimento senza eccessi e senza fatica.

All'estero l'e-bike ha già un popolo di estimatori, da noi comincia a vedersi in più di una località di montagna, per aiutare chi debutta in sella ad assaggiare la bellezza della salita senza andare fuori soglia ai primi colpi di pedale. E' la via più "dolce" e facile per avvicinarsi al ciclismo. La stessa che potrebbe anche provare Severgnini, appassionato di lunghe passeggiate con il libro in mano. Anche pedalando a ritmo lento (magari con l'aiuto di una bici con pedalata assistita), si entra nella religiosità della montagna e si afferra la sua grandezza, riempiendo cuore e mente di meraviglia senza intossicarsi di acido lattico.

 

La bici è una compagna fantastica, sempre. Né diavolo né miraggio ma sport e filosofia di vita che rende più leggera e colorata la vita (con il benessere del corpo e della testa).

La verità è che chi la prova non ne può più fare a meno. Dei furbi invece sì, vorremmo tanto non parlarne più. Ne abbiamo piene le tasche.

Non ci resta che sperare nell'evoluzione della specie. L'ha scritto il giornalista Marcello Veneziani: "Dentro il furbetto si nasconde il fesso: crede di fregare gli altri e poi fregano lui. Aggiornate il Codice di Prezzolini, il nuovo Italiano tipo è il «furbesso», un furbo con lampi decisivi di idiozia".

Riusciranno i furbessi a farsi fuori da soli, nel ciclismo come nel resto del Paese? Sarebbe la salvezza della nostra Italia, finalmente libera e civile.