05 Ottobre 2011

La "mia" Eroica

Ecco il resoconto personale di chi ha vissuto sui pedali la ciclostorica più rinomata e di una singolare sindrome: il mal d'epoca

SERVIZIO SPECIALE DI ANGELO TARONI

GAIOLE IN CHIANTI - Come un miraggio che si concretizza, finalmente ho la possibilità di partecipare di nuovo all’Eroica. Ne approfitto per raggiungere Gaiole, il piccolo e tranquillo borgo nascosto tra i colli del Chiantishire a cavallo della bicicletta che utilizzerò per la cicloturistica storica. E’ un modo per conoscere meglio la mia Falconi anni Sessanta coi suoi rapporti lunghi e percorrere tratti di ciclabile da Borgo San Lorenzo, mio capolinea ferroviario, equipaggiato con il necessario per campeggiare nei borsoni.
Come molti dei presenti a Gaiole in Chianti in questo primo fine settimana di ottobre anche io sono contagiato da una forma lieve ma persistente di una patologia che definirei “mal d’epoca”. Negli ultimi cinque anni, infatti, dopo una prima partecipazione all’Eroica ho scoperto una realtà dirompente ed affascinante, fatta di ricerca e ricostruzione, tradizioni orali e nostalgia ma anche personaggi mitici e aneddoti leggendari.
La manifestazione, quest’anno svoltasi domenica 2 ottobre, è il degno coronamento di un percorso che accomuna i partecipanti ed inizia nell’individuazione del velocipede, la macchina del tempo che ci accompagnerà in questo viaggio a ritroso, spesso ricostruito in mesi di meticoloso lavoro, frequentando mercatini ed anziani meccanici alla ricerca di componenti e consigli di nuovo preziosi.
Personalmente ho potuto così apprezzare le tecnologie più artigianali e spesso "made in Italy" delle biciclette del passato, solide e rustiche e guardare con sospetto e distacco le specialissime moderne, tanto onerose quanto fragili e complesse, dalle origini incerte e figlie di
filosofie costruttive industriali.
Già il sabato è ricco di appuntamenti e preparativi ed il paesino è in grande fermento: colori di maglie e inflessioni dialettali si incrociano ovunque tutti sono serenamente indaffarati per il grande appuntamento ed è un piacere constatare come l’organizzazione sia evoluta negli anni.
Dopo la cena a base di ribollita toscana mi rintano nella minuscola tenda da viaggio non senza ripensare agli “isolati” che partecipavano ai giri d’Italia negli anni di Binda e, operai o braccianti dormivano spesso sotto i ponti.
Poi arriva il momento, non serve la sveglia, il leggero brusio e i movimenti altrui indicano che il gran giorno è arrivato. Fuori mi accoglie una volta stellata immobile e ipnotizzante mentre attorno è un brulicare di figuranti in costume. L’epoca è variata, in poche ore si è verificato un collettivo balzo all’indietro di almeno cinquant’anni. Alcuni già si avviano silenziosamente verso la partenza altri nei pressi degli spogliatoi dello stadio cercano di riattivare una lucina che non vuol saperne di funzionare. Dentro gli spogliatoi mi avvolge un tepore aromatizzato alla canfora da tempo dimenticato. Dopo una ricca colazione si parte, immersi nelle tenebre si cerca compagnia e protezione nella pancia di un gruppetto che corre in discesa e poco oltre si raggiunge la prima salita sterrata di Brolio.
Qui la scenografia è curata alla perfezione e l’ascesa è accompagnata da torce poste a terra che creano un’atmosfera da festa rinascimentale. Chilometro dopo chilometro la notte schiarisce, il nostro procedere si fa meno incerto ed il paesaggio si rivela nella sua sconcertante bellezza, questa è la Toscana che ogni volta sorprende per l’irripetibile connubio fra l’opera millenaria dell’uomo e le forme orografiche della natura.
La giornata si preannuncia splendida e l’alba dona cromatismi che dall’arancio sfumano nel blu cobalto stemperandosi nel nero inchiostro ancora punteggiato da astri brillanti.
E’ ormai giorno pieno quando raggiungo l’agognato ristoro di Radi dove la calda cornice architettonica del laterizio ci abbraccia e… ci nutre! La necessità e la golosità di ognuno è ampiamente soddisfatta ed io approfitto del panforte per crearmi una piccola scorta di emergenza. Il morale è alto, quasi euforico, tutti sono sorridenti, compiaciuti e nonostante la moltitudine tutto si svolge ordinatamente. Frattanto le bici hanno cambiato aspetto uniformandosi sotto un velo di polvere biancastra.
Il percorso riprende fra sontuosi casolari, bassi vigneti e slanciati cipressi, la dominante ocra delle terre di Siena lega queste immagini che scorrono via ma sempre più frequentemente sul ciglio strada sostano ciclisti in panne indaffarati con tubolari e mastice. Inizialmente per solidarietà e gentilezza chiedo loro se posso aiutarli, ma coi chilometri la fatica si accumula e benedicendo i miei “grassi” copertoni riservo loro solo un fugace solidale sguardo.
Superato Murlo, già sede di un antico potentato etrusco, svolto a sinistra per il percorso di 135 chilometri.
Al ristoro di Asciano l’esperienza mi insegna di controllare l’appetito, anche se la ribollita servita in ciotole di coccio mi tenta.
Bevo ma mangio pochissimo facendo scorta per eventuali crisi di fame, memore della ripida salita “bianca” che mi aspetta poco oltre. Infatti la durezza dell'ascesa, lo sviluppo eccessivo delle antiche dentature e la scarsità di allenamento a Monte Sante Marie mi provocano fantozziane visioni mistiche…
Purtroppo tra le colline qualcosa mi riporta bruscamente al presente e come un osceno monumento sfila accanto a me una enorme discarica evidenziando il mutato approccio dell’uomo col territorio.
A Castelnuovo Berardenga ultimo ristoro in piazza con gli addetti in abiti ed uniformi risorgimentali, l’atmosfera è molto rilassata e i ciclisti molti meno.
Ormai le energie e le distanze da colmare sono poche, si riparte per l’ultimo sforzo e discuto con gli altri di forature e biciclette.
Risuperato Brolio questa volta alla luce di un sole alto e raggiante, raggiungo Gaiole soddisfatto ed affamato pronto per il pasta party in compagnia di altri "eroici" ciclisti.