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Come trasmettere la massima potenza al pedale (20/07/2007)

Testo di Alberto Budini

Il piede non è soltanto l’estremità più lontana dal computer centrale: il nostro cervello. Ma è un vero e proprio organo di moto, senso ed equilibrio. Il piede rappresenta lo strumento principale per il mantenimento dell’equilibrio nella stazione eretta, ed anche il principale attore nel cammino. Ma il pedale è anche l’elemento che trasmette la potenza dell’atleta al mezzo durante la pedalata. La forza sprigionata dai muscoli della coscia e della gamba, che in varie fasi della rivoluzione entrano in gioco (fig. 1), viene trasmessa attraverso il piede al pedale e quindi alle ruote. Il piede quindi è l’elemento che più di tutti può amplificare o smorzare il lavoro prodotto dalle gambe.
Anche dal punto di vista biomeccanico, la funzione del piede è essenziale in quanto, oltre che rappresentare il tramite con la superficie di appoggio del nostro corpo, funziona come una sorta di ammortizzatore biologico capace di assorbire l’energia meccanica generata nell’impatto con il terreno, immagazzinarne parte sotto forma di energia elastica, trasmettere, nella fase di spinta, la forza generata dai muscoli.
Appare quindi evidente che qualsiasi causa che venga ad alterare questa struttura morfo-funzionale così complessa possa determinare importanti conseguenze.
Dal punto di vista medico, invece, un’alterazione dell’appoggio può rappresentare causa o concausa di eventi patologici riguardanti il piede stesso o modificazioni della postura che possono generare sintomatologie da sovraccarico che coinvolgono, ginocchia, bacino e colonna vertebrale. In tale ottica, il ciclismo merita alcune considerazioni particolari.
L’azione ciclica e perfettamente ripetitiva, della pedalata è determinata da un mezzo, perfettamente simmetrico, che costringe ad eseguire movimenti caratterizzati dal ripetersi di medesime traiettorie ed escursioni angolari.
Nell’ambito della specificità della dinamica della pedalata, al piede spetta un funzione molto importante: quella cioè di trasmettere la forza esercitata dalle catene muscolari dell’arto inferiore al pedale.
Spesso non si tratta di carichi elevatissimi, ma, soprattutto, di carichi che si ripetono un numero elevatissimo di volte nel tempo.
Un atleta che percorre 10.000 chilometri l’anno esegue circa due milioni di cicli di pedalata.
Ciò significa che errori legati a regolazioni della bicicletta o la presenza di alterazioni anatomico-funzionali del piede possono determinare gravi problemi legati al rendimento del gesto e, ancor peggio, allo stato di salute dell’apparato locomotore.
Per prima cosa è necessario sottolineare che l’azione di trasferimento dell’energia meccanica al pedale avviene attraverso una ristretta area del piede, l’avampiede, che durante il cammino esegue un movimento mediato dall’azione del retropiede, ma che non trova applicazione nella pedalata.
Mentre nell’esecuzione della maggior parte delle azioni sportive viene utilizzata gran parte della pianta, all’interno dello scarpino da ciclismo invece, come dimostrano molti rilievi scientifici, la maggior parte della spinta è concentrata in una piccola zona corrispondente, con buona approssimazione, alle cinque teste metatarsali (arco anteriore trasverso) ed a parte dell’alluce. Questo è certamente un elemento importante da considerare per due motivi.
Il primo riguarda la concentrazione del carico su una superficie ridotta può favorire l’insorgenza di patologie da sovraccarico a carico delle strutture anatomiche sovrastanti come le frequenti e dolorose metatarsalgie complicate, talvolta, dall’interessamento anche dei rami nervosi che decorrono in quelle zone.
Il secondo ha una valenza di tipo biomeccanico: la linea passante per le teste metatarsali dovrà essere il più possibile allineata all’asse del pedale, perché solo in questa posizione il piede è in equilibrio e non disperde energia per mantenersi in condizione di equilibrio. Ogni piccolo errore di posizionamento determina, infatti, perdita di parte dell’energia meccanica che deve essere trasferita alla pedivella e un lavoro supplementare da parte della muscolatura per stabilizzare l’articolazione.
La regolazione corretta delle tacchette è quindi essenziale. Ma non è una operazione facile perché può essere condizionata della presenza di paramorfismi come il piede “piatto”, “cavo”, “valgo”, “varo” (fig 2) che possono variare la localizzazione del centro di spinta.
Il sistema migliore è quello di verificare il punto di appoggio attraverso un sistema digitale di analisi delle pressioni all’interno della scarpa cercando, di volta in volta, di raggiungere il miglior risultato possibile. Le anomalie anatomico-funzionali hanno una grande importanza nell’esecuzione del gesto ciclistico e sono una delle cause più frequenti di alterazioni della postura in bicicletta. Piedi che possono essere considerati “normali” per il cammino, possono essere considerati “patologici” per il ciclismo.
Prendiamo, ad esempio, il piede “varo”. Questo è caratterizzato da un cedimento (verso l’interno) dell’avampiede sotto carico per eccessiva concentrazione della pressione sull’avampiede. Tale cedimento spesso porta in extrarotazione il piatto tibiale che determina un allungamento delle strutture periarticolari, provocando, spesso, stati infiammatori dei legamenti e dei tendini dell’articolazione del ginocchio. In questi casi un plantare che stabilizzi l’avampiede e la volta plantare in una posizione neutra puù evitare rotazioni indesiderate e prevenire posture scorrette del ciclista durante l’azione di pedalata.
Si potrebbero fare ancora molti esempi, ma è sufficiente dire che spesso problematiche all’articolazione dell’anca (coxo-femorale) e le frequenti lombalgie, specialmente quelle asimmetriche possono dipendere da alterazioni dell’appoggio del piede.